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Pierpaolo Pasolini: il mistero della sua morte.

Ago 02

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo1922 – Roma, 2 novembre1975) è stato un poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, attore, paroliere, drammaturgo e giornalista italiano, considerato tra i maggiori artisti e intellettuali del XX secolo. Culturalmente versatile, si distinse in numerosi campi, lasciando contributi anche come pittore, romanziere, linguista, traduttore e saggista, non solo in lingua italiana, ma anche friulana.

Pier Paolo Pasolini firma

Firma di Pasolini

Attento osservatore dei cambiamenti della società italiana dal secondo dopoguerra sino alla metà degli anni settanta, suscitò spesso forti polemiche e accesi dibattiti per la radicalità dei suoi giudizi, assai critici nei riguardi delle abitudini borghesi e della nascente società dei consumi, come anche nei confronti del Sessantotto e dei suoi protagonisti. Il suo rapporto con la propria omosessualità fu al centro del suo personaggio pubblico.

Quelle che seguono e precedono sono tutte informazioni prelevate (copiate ed incollate) da Wikipedia, non sono di mia proprietà ma di chi le ha scritte sul portale Wikipedia. Qui riporto solo quel che riguarda il mistero della sua morte. Per le opere e la vita, delle quali siamo in molti a conoscenza, vi porgo alla fine dell’articolo il link su Wikipedia. Continua…

« La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nella sua opera, le modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi, bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un’epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile. »
(Alberto Moravia)

Il mistero della morte.

Nella notte tra il 1º e il 2 novembre 1975 Pasolini fu ucciso in maniera brutale: percosso e travolto dalla sua stessa auto sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia, località del Comune di Roma. Il cadavere massacrato venne ritrovato da una donna alle 6 e 30 circa; sarà l’amico Ninetto Davoli a riconoscerlo. Dell’omicidio fu incolpato Pino Pelosi di Guidonia, di diciassette anni, già noto alla polizia come ladro di auto e “ragazzo di vita”, fermato la notte stessa alla guida dell’auto del Pasolini. Pelosi affermò di essere stato avvicinato da Pasolini nelle vicinanze della Stazione Termini, presso il Bar Gambrinus di Piazza dei Cinquecento, e da questi invitato sulla sua vettura (un’Alfa Romeo 2000 GT Veloce) dietro la promessa di un compenso in denaro.

Dopo una cena offerta dallo scrittore, nella trattoria Biondo Tevere nei pressi della Basilica di San Paolo, i due si diressero alla periferia di Ostia. La tragedia, secondo la sentenza, scaturì a seguito di una lite per pretese sessuali di Pasolini alle quali Pelosi era riluttante, degenerata in un alterco fuori dalla vettura. Il giovane venne minacciato con un bastone del quale poi si impadronì per percuotere Pasolini fino a farlo stramazzare al suolo, gravemente ferito ma ancora vivo. Quindi Pelosi salì a bordo dell’auto dello scrittore e travolse più volte con le ruote il corpo, sfondandogli la cassa toracica e provocandone la morte. Gli abiti di Pelosi non mostrarono tracce di sangue. Pelosi venne condannato in primo grado per omicidio volontario in concorso con ignoti e il 4 dicembre del 1976 con la sentenza della Corte d’Appello, pur confermando la condanna dell’unico imputato, riformava parzialmente la sentenza di primo grado escludendo ogni riferimento al concorso di altre persone nell’omicidio.

Due settimane dopo il delitto apparve un’inchiesta su L’Europeo con un articolo di Oriana Fallaci, che ipotizzava una premeditazione e il concorso di almeno altre due persone. Un giornalista di quel giornale ebbe alcuni colloqui con un ragazzo che, tra molte esitazioni ed alcuni momenti di isteria, avrebbe dichiarato di aver fatto parte del gruppo che aveva massacrato il poeta; il giovane tuttavia, dopo una iniziale collaborazione avrebbe rifiutato di proseguire oltre o fornire altre informazioni, dileguandosi dopo aver lasciato intendere di rischiare la vita confessando la propria partecipazione e concludendo che non sarebbe stata intenzione del gruppo uccidere il poeta, ma che si sarebbe trattato di una rapina degenerata, concludendo je volevamo solà er portafoglio (“volevamo rubargli il portafoglio). Diversi abitanti delle numerose abitazioni abusive esistenti in via dell’Idroscalo confidarono in seguito alla stampa di aver sentito urla concitate e rumori – indizio della presenza di ben più di due persone sul posto – ed invocazioni disperate di aiuto da parte del Pasolini la notte del delitto, ma senza che alcuno fosse intervenuto in suo soccorso. Sembra che la zona non fosse ignota al Pasolini, che già varie volte vi si era recato con altri partner e addirittura, stando a quanto la Fallaci affermò, avrebbe talvolta affittato per qualche ora una delle abitazioni del posto per trascorrervi momenti di intimità.

Nella sua biografia su Pasolini Enzo Siciliano sostiene che il racconto dell’imputato presentava delle falle perché il bastone di legno – in realtà, una tavoletta di legno utilizzata precariamente per indicare il numero civico e l’abitazione di una delle baracche – a lui sembrava marcita per l’umidità e troppo deteriorata per costituire l’arma contundente che aveva causato le gravissime ferite riscontrate sul cadavere del poeta e rimarcando l’impossibilità, per un giovane minuto come il Pelosi, di sopraffare un uomo agile e forte come Pasolini senza presentare né tracce della presunta lotta, né macchie di sangue sulla sua persona o sugli indumenti.

Il film Pasolini, un delitto italiano, di Marco Tullio Giordana, uscito nel ventennale del delitto, è sceneggiato come un’inchiesta e arriva alla conclusione che Pelosi non fosse solo. Lo stesso Giordana però ha precisato, in un’intervista al Corriere della Sera, che non intendeva sostenere a tutti i costi la matrice politica nel delitto. Ha dichiarato inoltre di non escludere altre possibilità, per esempio quella di un incontro omosessuale di gruppo degenerato in violenza.

Pelosi, dopo aver mantenuto invariata la sua assunzione di colpevolezza per trent’anni, fino al maggio 2005, a sorpresa, nel corso di un’intervista televisiva, ha affermato di non essere l’esecutore materiale del delitto di Pier Paolo Pasolini, e ha dichiarato che l’omicidio era stato commesso da altre tre persone, giunte su una autovettura targata Catania, che a suo dire parlavano con accento “calabrese o siciliano” e, durante il massacro, avrebbero ripetutamente inveito contro il poeta gridandogli ” jarrusu (termine gergale siciliano, utilizzato in senso dispregiativo nei confronti degli omosessuali). E infatti, era giunta a suo tempo alle autorità una lettera anonima in cui si affermava che, la sera della morte di Pasolini, la sua auto era stata seguita da una Fiat 1300 targata Catania di cui erano indicate le prime quattro cifre, ma nessuno si preoccupò mai di effettuare una verifica presso il Pubblico Registro Automobilistico (PRA). Pelosi ha poi fatto i nomi dei suoi presunti complici solo in un’intervista del 12 settembre 2008 pubblicata sul saggio d’inchiesta di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza “Profondo Nero” (Chiarelettere 2009). Ha aggiunto inoltre di aver celato questa rivelazione per timore di mettere a rischio l’incolumità della propria famiglia ma di sentirsi adesso libero di poter parlare, dopo la morte dei genitori.

Pier Paolo Pasolini Funerale Citti BerlinguerA trent’anni dalla morte, assieme alla ritrattazione di Pelosi, è emersa la testimonianza di Sergio Citti, amico e collega di Pasolini, su una sparizione di copie dell’ultimo film Salò e su un eventuale incontro con dei malavitosi per trattare la restituzione. Sergio Citti morì per cause naturali alcune settimane dopo.

Un’ipotesi molto più inquietante

lo collega invece alla “lotta di potere” che prendeva forma in quegli anni nel settore petrolchimico, tra Eni e Montedison, tra Enrico Mattei e Eugenio Cefis. Pasolini, infatti, si interessò al ruolo svolto da Cefis nella storia e nella politica italiana: facendone uno dei due personaggi “chiave”, assieme a Mattei, di Petrolio, il romanzo-inchiesta (uscito postumo nel 1992) al quale stava lavorando poco prima della morte. Pasolini ipotizzò, basandosi su varie fonti, che Cefis alias Troya (l’alias romanzesco di Petrolio) avesse avuto un qualche ruolo nello stragismo italiano legato al petrolio e alle trame internazionali. Secondo autori recenti e secondo alcune ipotesi suffragate da vari elementi, fu proprio per questa indagine che Pasolini fu ucciso.

Altri collegano la morte di Pasolini alle sue accuse a importanti politici di governo di collusione con le stragi della strategia della tensione. Walter Veltroni il 22 marzo 2010 ha scritto al Ministro della Giustizia Angelino Alfano una lettera aperta, pubblicata sul Corriere della sera, chiedendogli la riapertura del caso sottolineando che Pier Paolo Pasolini è morto negli anni settanta, “anni cui si facevano stragi e si ordivano trame”. Nel 2010, l’avvocato Stefano Maccioni e la criminologa Simona Ruffini hanno ricordato che I proprietari della trattoria Biondo Tevere, di cui Pasolini era cliente abituale, furono sentiti pochissime ore dopo l’identificazione del corpo ed entrambi descrissero il giovane con cui Pasolini s’era presentato la sera del delitto come alto almeno 1,70 e forse di più, con capelli lunghi e biondi, pettinati all’indietro, ovvero completamente diverso da Pelosi, che era poco più di 1.60 cm., tarchiato e con folti capelli neri e ricci, secondo la moda dell’epoca. Hanno anche raccolto la dichiarazione di un nuovo testimone, cosa che ha aperto ulteriori indagini che però sono state definitivamente archiviate all’inizio del 2015. Le nuove indagini non hanno portato infatti a nulla di nuovo rispetto alla sentenza, se non ad alcune tracce di Dna sui vestiti dello scrittore. Tracce però di impossibile attribuzione e impossibili da collocare temporalmente, se durante il delitto o nei giorni precedenti.

« Il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. È facile, è semplice, è la resistenza. »
(Pier Paolo Pasolini – Ultima sua intervista, concessa poche ore prima di morire.[186])

Molti intellettuali sostengono la verità giudiziaria, o comunque non credono a complotti. Si tratta di scrittori e amici di Pasolini che ritengono inattendibile, per molti motivi, la ritrattazione di Pelosi a distanza di trent’anni. In linea generale, sono gli stessi che rifiutano la lettura politica militante delle opere di Pasolini e l’immagine edulcorata del personaggio che porta a farne “un santo e un martire”. Essi privilegiano, invece, una chiave interpretativa dell’uomo e dell’opera legata alla sua particolare omosessualità, vissuta senza fermarsi di fronte a pratiche estreme e violente, anche con i minori.

Sono le basi da cui partono Edoardo Sanguineti (che definisce il suo comportamento “suicidio per delega”), Franco Fortini e il curatore dell’opera omnia Walter Siti per sostenere che in generale la sua scrittura presenta un forte contenuto autobiografico e che in particolare alcune opere sono una sorta di autobiografia originata da una tendenza sadomasochista votata all’autodistruzione.

Sono le stesse basi che utilizzano Nico Naldini, cugino di primo grado di Pier Paolo Pasolini, anch’egli omosessuale, poeta e scrittore, nonché suo collaboratore in tutti i film, e Marco Belpolitiper dire che con le teorie del complotto si manifesta la resistenza della sinistra e di alcuni amici ad accettare la particolare omosessualità dello scrittore riducendola a una sorta di vizietto, una pratica privata di cui non si deve parlare, mentre costituirebbe la sostanza su cui egli ha fondato la propria opera e la propria critica della società. Naldini, che definisce le teorie del complotto “bufale che si inseguono e che si divorano l’un l’altra”, e “delirio che continua da molti anni e non è ancora del tutto passato”, nel suo libro “Breve vita di Pasolini”, scrive che l’attrazione per quel tipo di ragazzi gli faceva perdere il senso del pericolo. Un senso che avrebbe invece dovuto tenere ben presente, vista anche la sua costituzione fisica minuta (era alto 1,69 cm e pesava 59 kg.) che lo portava a essere facile oggetto di lesioni, anche da parte di ragazzi.

Pier Paolo Pasolini - Veltroni - AdornatoPer diversi motivi, tra cui il fatto che lo scrittore, da tempo, aveva adottato il sadomasochismo, anche con rituali feticistici (le corde per farsi legare e così immobilizzato in una sorta di scena sacrificale farsi percuotere fino allo svenimento), Naldini ritiene che abbiano ragione coloro che dicono che, suo cugino, in fondo, sia in parte fautore del suo stesso destino. La sua morte è spiegata dal fatto che viveva una vita violenta: per questo egli pensa che sia allo stesso tempo tragico e ridicolo volerlo trasformare in una specie di santo laico.

Anche per il critico Giancarlo Vigorelli, scopritore di Pier Paolo Pasolini sin da quand’era un poeta adolescente, si tratta di omicidio omosessuale. Egli considerava Pasolini un uomo pieno di contraddizioni non tanto perché cercasse il sesso occasionale, ma per la violenza, “per il modo bestiale in cui si consumava durante nottate di violenza che non comprendevo. Fino alle sette di sera era una persona, dopo era tutt’altra… a me gelava il sangue quando lo vedevo il giorno dopo le sue avventure notturne pieno di graffi e lividi”.

Ferdinando Camon, la cui prefazione dei primi libri è stata scritta da Pasolini, afferma che lo scrittore è morto come ha rischiato tante volte di morire. Egli sostiene che le teorie del complotto rispondono al desiderio di alcuni amici di Pasolini di mondarlo dalla morte per omosessualità, vissuta anche comprando minorenni, per consegnarlo alla storia come morto per antifascismo. L’amico pittore Giuseppe Zigaina rievoca le circostanze della scomparsa di Pasolini in un suo saggio. Dal confronto con la simbologia presente in gran parte delle sue opere egli sostiene che Pasolini ha «progettato per quindici anni la sua morte».

Sulle stesse posizioni, contro le teorie del complotto, si trovano anche Guido Santato, studioso di Pasolini, e l’italianista Bruno Pischedda il quale aggiunge che queste teorie sono anche un tentativo di preservarne la statura di vate, un modo per custodire un’immagine mitica, consacrata, ponendola fuori e al di sopra di qualsiasi giudizio. Anche se la tendenza a credere nelle teorie del complotto, secondo Pierluigi Battista, prescinde dalla storia personale dello scrittore, e deriva dal fatto che “i gialli sono sempre più avvincenti della piattezza delle trame realistiche”.

Un altro cronista che non ha mai creduto alla tesi del complotto neofascista è Massimo Fini: nel 2015, in occasione dei quarant’anni dell’omicidio, ricordò che quella teoria fu innescata da Oriana Fallaci (sua collega all’Europeo) dopo aver sfogliato alcune riviste dal parrucchiere e aver raccolto dei boatos in quel senso, e che successivamente fu ripresa dai grossi intellettuali (tra cui Umberto Eco e Alberto Moravia), poiché negli anni settanta «attribuire ogni nefandezza ai fascisti era uno sport nazionale, tanto più facile perché […] i fascisti erano scomparsi, e tutti, dal sociologo paraculo del Corriere della Sera, al Corriere stesso, ai democristiani, a chi scriveva manuali di cucina, ma, beninteso, sempre in “ottica rivoluzionaria”, all’ultima cocotte erano diventati di sinistra» e poiché non volevano accettare che Pasolini fosse morto «cercando di infilare un bastone nel culo al diciassettenne Pino la rana» Fini aggiunse che Pasolini era solito recarsi in zone periferiche e malfamate, come il quartiere Pigneto, per incontrare i «ragazzi di vita» e comportarsi in maniera sadica con loro, dal momento che quella era la sua zona d’ombra e all’idroscalo Lido di Roma incontrò un ragazzo che si ribellò a una certa richiesta.

A prescindere dai fatti e dalle responsabilità che hanno condotto alla sua morte, la fine di Pasolini sembra essere emblematica, al punto che la sua morte è stata paragonata a quella di Caravaggio:

« Secondo me c’è una forte affinità fra la fine di Pasolini e la fine di Caravaggio, perché in tutt’e due mi sembra che questa fine sia stata inventata, sceneggiata, diretta e interpretata da loro stessi. »
(Federico Zeri.)

Su Wikipedia potrete trovare tutto quel che riguarda la vita e le opere di Pier Paolo Pasolini, vi consiglio di leggere la sua (nonostante tutto) entusiasmante vita non all’ombra, ma alla luce degli occhi di tutti. Pasolini è stato uno dei più grandi esponenti di quegli anni, macchiare la sua vita e le sue opere per il mistero della sua morte non ne vale la pena. Alla prossima notizia 😉 ! (c) *LorySmile*

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Le routine giornaliere di personaggi famosi del passato, semplicemente organizzazione.

Apr 28

Parola magica? Organizzazione!

organizzazione

routine giornaliera

Avreste mai immaginato

che si potesse dormire di giorno

o mangiare in orari insoliti

ed essere comunque dei geni? 🙂

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Filosofia: la regola, la scienza della vita umana.

Gen 22

filosofiaLa filosofia, che non è una disciplina astratta, è la regola, la scienza della vita umana; essa per propria natura è unita, è legata, s’identifica con la stessa vita dello spirito umano di cui studia l’origine, la natura ed il fine: dove vi è la filosofia, vi è la vita e dove vi è la vita, vi è la filosofia; di qui il detto « vivere est philosophari » e non « primum vivere deinde philosophari ». Filosofia e vita sono connaturate alla stessa essenza dell’uomo, come essere e ragione sono intimamente uniti: « la filosofia non è qualcosa di avulso dalla vita nella sua concretezza, ma è anzi la vita stessa »; « una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta ».

L’uomo è filosofo per natura, ha innato il desiderio di sapere; egli, in quanto dotato di ragione, si vuol dare spiegazione completa delle cose e degli esseri, di tutta la realtà. La filosofia si è iniziata il giorno in cui l’uomo (per essere prima filosofo che scienziato) ebbe coscienza di sé, cioè quando si diede a pensare, a riflettere di fronte alle manifestazioni della natura, a meditare e risolvere i problemi più importanti della vita pratica, della vita concreta, a spiegarsi i vari e assillanti « perché » della sua vita, quindi il desiderio di sapere è antico quanto l’umanità. L’uomo, per il fatto che è uomo, è già potenzialmente filosofo; egli per natura desidera spiegarsi cose e fatti, desidera conoscere per agire ed agire per conoscere.

Una eventuale rinuncia a fare della filosofia, comporterebbe per l’uomo rinunciare ad un vivo bisogno, a vivere consapevolmente nel proprio periodo, a non aver coscienza dei problemi della vita umana, ad accettare quanto in parte dicono le singole scienze. La filosofia influisce talmente sull’orientamento, sul comportamento della civiltà della vita degli uomini, da far dire: « ditemi che filosofia segue, ed io vi faccio la storia di un individuo, di una nazione » per cui, è errata l’affermazione del diffuso aforisma, secondo cui la filosofia è quella cosa con la quale e senza la quale si resta tale e quale, è errata la considerazione della gente comune di ritenere il filosofo come l’essere che vive fuori della quotidiana realtà (considerazione desunta dal racconto di Aristofane secondo cui Talete per guardare le stelle cadde in un fosso).

Nel corso dei secoli è stato scritto sulla filosofia: da Fiatone: « è la scienza che cerca ciò che è costante nelle mutazioni, l’universale nei particolari, l’unità nelle molte cose », da Aristotele: « tutti gli uomini per istinto di natura desiderano di sapere… noi allora notiamo di avere la scienza di una cosa, quando stimiamo di conoscere le cause »; da Epicuro: « chi dice che non è ancora tempo di filosofare, è simile a colui il quale dice che non ancora è giunto il tempo per godere di una vita beata »; da Piotino: « è la cosa più nobile »; da Seneca: « la natura ci ha elargito un intelletto avido di sapere »; da Cicerone: « è la scienza delle cose divine e umane, rerum divinarum humanarumque »; « meglio vivere un giorno di filosofia che tutta un’immortalità da dissennato »; da S. Tommaso: « è l’aspirazione a conoscere, per mezzo delle cause, le cose esistenti e possibili e i loro rapporti più intimi e lontani »; « sapientis est altissimas causas considerare »; da Cartesio: « insegna a ben ragionare »; da Berkeley: « lo studio della sapienza e della verità »; da Wolff: « la scienza di tutte le cose possibili e del come e del perché sono possibili »; da Kant: « la scienza degli ultimi fini della intelligenza umana »; da Rosmini: « la scienza delle ragioni ultime, cioè delle risposte soddisfacenti che l’uomo da agli ultimi perché »; da Comte: « è la regina di tutte le scienze perché le dirige tutte »; da Spencer: « è la conoscenza nel suo più alto grado di generalità »; «la scienza completamente unificata»; da B. Spaventa: «l’ultima e più chiara espressione della vita di un popolo »; da Bonatelli: « si ha la filosofia quando si penetra fino al midollo della cosa, quando si arriva a quelle verità, trovate le quali, la ragione non ha più altro da chiedere »; da Gentile: « ha tale natura da investire tutta la personalità e compenetrare di sé tutta la cultura »; da Wundt: « l’acquisizione di una concezione generale del mondo e della vita, che soddisfi alle esigenze della ragione e del cuore »; da Windelhand: « è la scienza critica dei valori universali »; da Whitehead: « fornisce una spiegazione organica dell’universo ».

Tutti gli uomini, in quanto dotati di ragione, desiderano sapere, si pongono la soluzione dei fondamentali problemi, filosofano; homo naturaliter scire desiderai. Però non tutti gli uomini riescono a spiegare in modo chiaro, preciso ed esauriente i vari problemi che si presentano alla loro considerazione, di qui la distinzione del filosofo comune dal filosofo di professione. Mentre il filosofo comune, volgare, dilettante affronta i fondamentali e generali problemi del mondo, di se stesso e di Dio con il senso comune, in forma inconscia e saltuaria, con mente primitiva, in modo pratico, vago e superficiale, e si limita alla constatazione dei fatti, il filosofo di professione, il ragionatore, il filosofo propriamente detto, inteso in senso stretto, tratta i problemi della natura, dell’anima e di Dio in modo razionale, riflessivo, con vera capacià intellettuale, con intento e con attenzione, al fine di indagare sulle cause ultime, sui supremi principi dell’essere, del conoscere e dell’operare, di ricercare nella molteplicità delle cose un principio unificatore, di ottenere una visione integrale, profonda e totale della realtà.

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Storia della bellezza: costumi, trucchi, moda nella storia.

Gen 15

Evoluzione storica dei canoni estetici.

Si parla di canoni estetici, o di “bellezza” solo dall’epoca classica, per questo da fonti documentate possiamo solo capire come in varie epoche diverse culture cercavano di far apparire gradevole il proprio aspetto. Già nell’età dell’antico Egitto, già tremilacinquecento anni prima di Cristo, importavano oli, minerali ed unguenti dall’oriente ed i sacerdoti confezionavano in recipienti di alabastro, timo, mirra, origano, lavanda, incenso, olio di sesamo, olio di oliva ed olio di mandorle. I prodotti venivano usati per la mummificazione, ed altri come unguenti per il viso e per il corpo; sulla scia degli antichi egizi, altri popoli del mediterraneo assimilarono tali tecniche. Nell’antico Egitto era diffusa anche la cosmesi, e non solo tra donne, per il bistro (kohol) era largamente usato l’antimonio, gli Ebrei invece si limitavano ad oli e profumi, ma non cosmetici. Nell’età classica tra i Greci non è chiaro quale fosse il concetto preciso di bellezza tra gli antichi ellenici nel periodo pre-classico; Omero attribuiva la perfezione fisica agli eroi e le divinità, l’armonia e perfezione del fisico, con guance rosate per gli uomini e occhi cerulei con bianche braccia se erano donne. Uomini e donne usavano oli profumati di rosa, gelsomino e nardo per ungere il capo ed il corpo dopo il bagno e le donne erano solite truccarsi il viso con una crema a base di biacca proveniente da Rodi; tale usanza delle donne era però vietata durante i lutti e le cerimonie dedicate a Demetra. I romani a contatto con la cultura dell’antica Grecia (dopo aver vinto i Greci) ne assimilarono le usanze e costumi. Nel I secolo a.C. Vitruvio scrisse: ” … la natura ha composto il corpo umano in modo tale che il viso, dal mento all’alto della fronte e alle più basse radici dei capelli, fosse la decima parte del corpo; la terza parte del viso, considerata in altezza, è dal mento alla base delle narici; un’altra terza parte è costituita dal naso stesso considerato dalla base delle narici al punto d’incontro delle sopracciglia e la terza parte va da lì alla radice dei capelli.”

I dipinti e resti archeologici ci dicono abbastanza degli usi dei romani; Ovidio addirittura pubblicò un manuale della bellezza ( “De medicamine faciei feminae” ). A Roma non si conosceva il sapone, anche se ci viene tramandato il famoso bagno di latte di Poppea, e tutti lo usavano come detergente, dopo il bagno era solito cospargersi di olio di oliva. Successivamente i romani impararono ad usare una forma primitiva di sapone diffusa fra i Celti. Nel Medioevo le invasioni dei popoli dell’Europa nord-orientale e lo sconvolgente mutamento culturale che ne consegue per l’ex Impero Romano, rendono superfluo tutto ciò che non è un bisogno primario: i modelli estetici classici non hanno alcun senso e gli invasori possono proporre, tutt’al più, l’uso di burro acido per lucidare i capelli. Ma anche questi selvaggi conquistatori furono lentamente conquistati dalla civiltà dei vinti. Finalmente per un po’ di buon gusto bisognerà aspettare l’epoca feudale ( X sec. d.C. ), quando dai castelli franco-provenzali si diffonde il modello culturale cortese che restituisce una qualche gentilezza al vivere civile. Ne deriva un recupero di valori tra i quali l’apprezzamento per la bellezza, specie quella femminile, esaltata dai trovatori che, viaggiando di corte in corte, diffondono con i loro canti la fama di bellissime castellane che, senza averne piena coscienza, contribuiscono a creare dei nuovi canoni estetici, pur se quasi esclusivamente femminili.

venereE’ il modello di una bellezza nordica quello che si impone, prima attraverso la letteratura, poi attraverso le conquiste militari: la carnagione chiara, i capelli biondi e gli occhi azzurri, che sono caratteristiche fisiche di Normanni e Svevi, diventano il segno della distinzione sociale e condannano i più diffusi colori scuri, tipicamente mediterranei, ad essere indice di subalternità. “Biondo era di bello e di gentile aspetto.” disse Dante presentando Manfredi di Svevia, e bionde sono le madonne sacre o profane che siano. I manuali di bellezza dell’epoca suggeriscono alle donne come rendere candido e liscio il viso con biacca, allume, borace, limone, aceto e chiara d’uovo, e biondi i capelli con tinture e lozioni a base di vegetali e minerali, rosse le labbra con minio e zafferano e bianchi i denti con la salvia. Benché la morale cristiana condanni questi costumi (v. Jacopone da Todi nella Lauda “L’ornamento delle donne dannoso”) o la satira ne faccia oggetto di sberleffo (v. Boccaccio in “Corbaccio”) la moda imperversa e le donne stesse preparano da sé i loro belletti se non possono ricorrere ai “merciai”.

Nel Rinascimento l ‘ammirazione per il bello inteso come perfezione e armonia riporta in primo piano i canoni estetici classici ed il bisogno di ricercare rimedi indispensabili per rendere perfetto ciò che non lo è del tutto. Nel 1562, G. Mariniello scrive il primo trattato di cosmetologia dell’Occidente (“Gli ornamenti delle donne”) e non è un caso che a farlo sia un italiano: in Italia infatti predomina una concezione di vita che celebra la bellezza del corpo e gli italiani sono i primi artefici dei profumi. Grazie ad i mercanti veneziani o fiorentini preziose sostanze orientali vengono riversate sul mercato per soddisfare le aspirazioni di uomini e donne desiderosi di piacere e di piacersi; una vera mania per i belletti ed i profumi si diffonde nelle classi più abbienti: vaporizzazioni di mercurio, bistecche crude sulla pelle, ricette segretamente preparate e riservate a pochissime elette permettono alle dame delle corti signorili di avere quell’aspetto che pittori come Botticelli o Tiziano hanno eternato. Quando Caterina de Medici sposa il re di Francia porta con sé, a Parigi, Renato il suo profumiere personale che darà origine ad una produzione locale di cosmetici (seconda metà del 1500).

Tra il 1600 ed il 1700 è l’epoca delle teste incipriate, dei nei finti su viso, spalle e décolleté. La toilette di dame e cavalieri esige parecchio tempo: bisogna preparare il viso con poca acqua e alcool profumato; vi si stende sopra un unguento fatto con pasta di mandorle e grasso di montone e poi la biacca. Il viso diventa una tavolozza su cui col bistro si ridisegnano occhi e sopracciglia e si spennella un liquido rosso (in ben 12 sfumature!) per dar colore. Addirittura si usa una sorta di cosmetico blu per sottolineare le vene. Il modello estetico viene sempre dalla corte, specialmente quella di Francia, e a Parigi, Mademoiselle Martin, profumiera reale, è l’arbitro dell’eleganza femminile. A soddisfare prontamente i bisogni estetici dei cortigiani sono addirittura poste in commercio delle trousses che contengono belletti bianchi e rossi, matita per labbra e nei finti.

In Inghilterra invece, nel 1770, il Parlamento emette un decreto secondo il quale sarà condannata come strega qualunque donna abbia conquistato un marito tramite capelli finti, tacchi alti, profumi e belletti ed il matrimonio sarà annullato. Nell’età contemporanea i radicali mutamenti determinati dalla rivoluzione industriale e l’avvento della borghesia portano nuovi modelli di vita e nuovi costumi. Lo spirito pratico dei borghesi è immune dai fasti e dagli eccessi coltivati finora; anzi, gli ideali forti del Romanticismo fanno emergere l’interiorità di uomini e donne il cui aspetto fisico sarà specchio di animi tormentati e inquieti: “Solcata ho la fronte, occhi incavati intenti crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto, labbro tumido acceso e tersi denti, capo chino, bel collo e largo petto; giuste membra.” Si presenta così Ugo Foscolo (1778-1827), affascinante esemplare maschile dell’epoca. Il vero diventa soggetto dell’arte e questo canone porta alla ribalta le classi sociali subalterne e, per la prima volta nella storia, si scoprirà la bellezza anche in personaggi minati dalla tisi, filatrici di seta, lavandaie e sartine, in contadini e pescatori. Una relativa sobrietà di costumi tipicamente borghese coinvolge le classi sociali più abbienti e la bellezza non è più potenziata da “ritocchi” evidenti e da abiti particolarmente sfarzosi che sono invece riservati alle donne di malaffare.

Il progresso industriale consente il nascere delle prime industrie cosmetiche e nel 1890, a Parigi, Madame Lucas fonda la prima Maison de Beauté. Il XX secolo si apre su scenari drammatici: la Prima guerra mondiale porterà morte e fame in Europa e ci sarà poco da disquisire su ciò che è bello; la situazione si ripete tra un ventennio con la Seconda guerra mondiale. In mezzo, in Italia e Germania, la dittatura che, programmando la vita quotidiana del popolo, proporrà modelli autocelebrativi: uomini belli e virili come il capo fatti per essere soldati e donne floride e prosperose fatte per essere spose e madri di soldati. Negli anni venti comunque, per la prima volta nella storia, le donne avevano voluto tagliare i capelli alla garçon, avevano abbandonato abiti lunghi, sottogonne, busti e gardenfant per indossare abiti dalle linee morbide e scivolate e soprattutto dall’orlo al ginocchio. Nel secondo dopoguerra sarà il cinema, soprattutto quello americano, a proporre i nuovi canoni: le vamp bionde platinate, brune appetitose o rosse incendiarie, tutte formose, saranno le ispiratrici della moda, del look, dello stile di vita di donne di ogni ceto sociale mentre per gli uomini varranno i modelli del duro, del rubacuori o del bel tenebroso. Lo sviluppo successivo di altri mezzi mediatici, televisione e rotocalchi in particolare incentiveranno la tendenza, sempre più attuale, ad assumere come canoni quelli proposti dal mondo dello spettacolo e delle passerelle.

Le migliori disponibilità economiche ed i nuovi ritrovati della scienza, della cosmetologia, delle tecniche chirurgiche e della medicina, consentono a uomini e donne della nostra epoca di adeguarsi sempre più pienamente ai modelli proposti e scelti alla ricerca di una perfezione che, purtroppo con la cultura del consumismo ha l’inconveniente di passar presto di moda.

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Pensieri leciti. Vita.

Nov 14

Siamo pieni di femmine che non rispettano persone che in realtà ammirerebbero se non fossero dannatamente impegnate a pensare che non saranno mai come loro. I vezzeggiativi sulle persone che vi inventate sono solo frutto delle vostre patetiche frustrazioni personali, e l’intelligenza vi fa paura… ma se abbassate altri non aumentate sicuramente la vostra di intelligenza, anzi, perdete molti punti nella giostra della vita. #chilafalaspetti ©*LorySmile* #LorySmile


Avviso: non sono amica di chi pensa in male tutto e di chi pensa in male ogni persona che teme, per qualche squallido motivo. #larazzaumanacertevoltefaschifo #ilcervellodoveé ©*LorySmile* #LorySmile


studenti

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Umberto Eco. Quest’anno se ne va uno dei grandi.

Mar 11

Umberto Eco« Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito. Perché la lettura è un’immortalità all’indietro. » – Umberto Eco

Umberto Eco è stato un semiologo, filosofo e scrittore italiano, nato il 5 gennaio del 1932 e morto il 19 febbraio 2016. Ha scritto tantissimi saggi di semiotica, estetica medioevale, linguistica e filosofia, oltre a dei famosi romanzi di gran successo.

Nel 1988 Umberto Eco fondò il Dipartimento della Comunicazione dell’Università di San Marino e dal 2008 fu professore emerito e presidente della Scuola Superiore di Studi Umanistici dell’Università di Bologna. Dal 12 novembre 2010 Umberto Eco fu socio dell’Accademia dei Lincei, per la classe di Scienze Morali, Storiche e Filosofiche.

Wikipedia (su Umberto Eco) riporta:

Figlio di Giovanna Bisio e di Giulio Eco, un impiegato nelle FFSS, Umberto Eco conseguì la maturità al liceo classico “Giovanni Plana” di Alessandria, sua città natale. Tra i suoi compagni di classe, il fisarmonicista Gianni Coscia, con il quale scrisse spettacoli di rivista. In gioventù fu impegnato nella GIAC (l’allora ramo giovanile dell’Azione Cattolica) e nei primi anni cinquanta fu chiamato tra i responsabili nazionali del movimento studentesco dell’AC (progenitore dell’attuale MSAC). Nel 1954 abbandonò l’incarico (così come avevano fattoCarlo Carretto e Mario Rossi) in polemica con Luigi Gedda. Durante i suoi studi universitari su Tommaso d’Aquino, smise di credere in Dio e lasciò definitivamente la Chiesa cattolica; in una nota ironica, in seguito commentò: “si può dire che lui [Tommaso d’Aquino] mi abbia miracolosamente curato dalla fede”.

Laureatosi in filosofia nel 1954 all’Università di Torino con Luigi Pareyson con una tesi sull’estetica di San Tommaso d’Aquino (controrelatore Augusto Guzzo), iniziò a interessarsi di filosofia e cultura medievale, campo d’indagine mai più abbandonato (vedi il volume Dall’albero al labirinto), anche se successivamente si dedicò allo studio semiotico della cultura popolare contemporanea e all’indagine critica sullo sperimentalismo letterario e artistico. Nel 1956 pubblicò il suo primo libro, un’estensione della sua tesi di laurea dal titolo Il problema estetico in San Tommaso.

Nel 1954 partecipò e vinse un concorso della RAI per l’assunzione di telecronisti e nuovi funzionari. Con Umberto Eco vi entrarono anche Furio Colombo e Gianni Vattimo. Tutti e tre abbandonarono l’ente televisivo entro la fine degli anni cinquanta. Nel concorso successivo entrarono Emmanuele Milano, Fabiano Fabiani, Angelo Guglielmi, e molti altri. I vincitori dei primi concorsi furono in seguito etichettati come i “corsari” perché seguirono un corso di formazione diretto da Pier Emilio Gennarini e avrebbero dovuto, secondo le intenzioni del dirigente Filiberto Guala, “svecchiare” i programmi. Con altri ingressi successivi, tra i quali Gianni Serra, Emilio Garroni e Luigi Silori, questi giovani intellettuali innovarono davvero l’ambiente culturale della televisione, ancora molto legato a personalità provenienti dall’EIAR, venendo in seguito considerati come i veri promotori della centralità della RAI nel sistema culturale italiano. Dall’esperienza lavorativa in RAI, incluse amicizie con membri del Gruppo 63, Eco trasse spunto per molti scritti, tra cui il celebre articolo del 1961 Fenomenologia di Mike Bongiorno.

Dal 1959 al 1975 fu condirettore editoriale della casa editrice Bompiani. Nel 1962 pubblicò il saggio Opera aperta che, con sorpresa dello stesso autore, ebbe notevole risonanza a livello internazionale e diede le basi teoriche al Gruppo 63, movimento d’avanguardia letterario e artistico italiano che suscitò interesse negli ambienti critico-letterari anche per le polemiche che destò criticando fortemente autori all’epoca già “consacrati” dalla fama quali Carlo Cassola, Giorgio Bassani e Vasco Pratolini, ironicamente definiti “Liale”, con riferimento aLiala, autrice di romanzi rosa.

Nel 1961 iniziò anche la sua carriera universitaria che lo portò a tenere corsi, in qualità di professore incaricato, in diverse università italiane: Torino, Milano, Firenze e, infine, Bologna dove ha ottenuto la cattedra di Semiotica nel 1975, diventando professore ordinario. All’università di Bologna è stato direttore dell’Istituto di Comunicazione e spettacolo del DAMS, poi ha dato inizio al Corso di Laurea inScienze della comunicazione. Infine è divenuto Presidente della Scuola Superiore di Scienze Umanistiche che coordina l’attività dei dottorati bolognesi del settore umanistico. Nel corso degli anni ha insegnato come Visiting Professor alla New York University, Northwestern University, Columbia University, Yale University, Harvard University, University of California-San Diego, Cambridge University, Oxford University, Università di São Paulo e Rio de Janeiro, La Plata e Buenos Aires, Collège de France, Ecole Normale Supérieure (Parigi). Nell’ottobre 2007 si è ritirato dall’insegnamento per limiti di età.

Dalla fine degli anni ’50, Umberto Eco iniziò a interessarsi all’influenza dei mass media nella cultura di massa, su cui pubblicò articoli in diversi giornali e riviste, poi in gran parte confluiti inDiario minimo (1963) e Apocalittici e integrati (1964). Apocalittici e integrati (che ebbe una nuova edizione nel 1977) analizzò con taglio sociologico le comunicazioni di massa. Il tema era già stato affrontato in Diario minimo, che includeva tra gli altri il breve articolo del 1961 Fenomenologia di Mike Bongiorno.

Sullo stesso tema, nel 1967 svolse a New York il seminario Per una guerriglia semiologica, in seguito pubblicato ne Il costume di casa (1973) e frequentemente citato nelle discussioni sulla controcultura e la resistenza al potere dei mass media:[13]

Significativa fu anche la sua attenzione per le correlazioni tra dittatura e cultura di massa ne Il fascismo eterno, capitolo del saggio Cinque scritti morali, dove individuava le caratteristiche, ricorrenti nel tempo, del cosiddetto “fascismo eterno”, o “Ur-fascismo”: il culto della tradizione, il rifiuto del modernismo, il culto dell’azione per l’azione, il disaccordo come tradimento, la paura delle differenze, l’appello alle classi medie frustrate, l’ossessione del complotto, il machismo, il “populismo qualitativo Tv e Internet” e altre ancora; da esse e dalle loro combinazioni, secondo Eco, è possibile anche “smascherare” le forme di fascismo che si riproducono da sempre “in ogni parte del mondo”.

In un’intervista del 24 aprile 2010 mise in evidenza la sua visione rispetto a Wikipedia, della quale Eco si definiva un “utente compulsivo”, e al mondo dell’open source.

Nel 1968 pubblicò il suo primo libro di teoria semiotica, La struttura assente, cui seguirono il fondamentale Trattato di semiotica generale (1975) e gli articoli per l’Enciclopedia Einaudi poi riuniti in Semiotica e filosofia del linguaggio (1984).

Nel 1971 fondò Versus – Quaderni di studi semiotici, una delle maggiori riviste internazionali di semiotica, rimanendone direttore responsabile e membro del comitato scientifico fino alla morte. È anche stato segretario, vicepresidente e dal 1994 presidente onorario della IASS/AIS (“International Association for Semiotic Studies”). È stato invitato a tenere le prestigiose conferenze Tanner (Università di Cambridge, 1990), Norton (Università di Harvard, 1993), Goggio (Università di Toronto, 1998), Weidenfeld (Università di Oxford,2002) e Richard Ellmann (Università Emory, 2008).

Umberto Eco collaborò sin dalla sua fondazione, nel 1955, al settimanale L’espresso, sul quale dal 1985 al 2016 tenne in ultima pagina la rubrica La bustina di minerva (nella quale, tra l’altro, dichiarò di aver contribuito personalmente alla propria voce su Wikipedia[16]), ai giornali Il Giorno, La Stampa, Corriere della Sera, la Repubblica, il manifesto e a innumerevoli riviste internazionali specializzate, tra cui Semiotica (fondata nel 1969 da Thomas Albert Sebeok), Poetics Today, Degrès, Structuralist Review, Text, Communications (rivista parigina del EHESS), Problemi dell’informazione, Word & Images, o riviste letterarie e di dibattito culturale quali Quindici, Il Verri (fondata da Luciano Anceschi), Alfabeta, Il cavallo di Troia ecc.

Umberto Eco collaborò alla collana “Fare l’Europa” diretta da Jacques Le Goff con lo studio La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea (1993). Tradusse gli Esercizi di stile diRaymond Queneau (nel 1983) e Sylvie di Gérard de Nerval (nel 1999 entrambi presso Einaudi) e introdusse opere di numerosi scrittori e di artisti. Ha anche collaborato con i musicisti Luciano Berio e Sylvano Bussotti.

I suoi dibattiti, spesso dal tono divertito, con Luciano Nanni, Omar Calabrese, Paolo Fabbri, Ugo Volli, Francesco Leonetti, Nanni Balestrini, Guido Almansi, Achille Bonito Oliva oMaria Corti, tanto per nominarne alcuni, hanno aggiunto contributi non scritti alla storia degli intellettuali italiani, soprattutto quando sfioravano argomenti non consueti (o almeno non ritenuti tali prima dell’intervento di Eco), quali la figura di James Bond, l’enigmistica, la fisiognomica, la serialità televisiva, il romanzo d’appendice, il fumetto, il labirinto, la menzogna, le società segrete o più seriamente gli annosi concetti di abduzione, di canone e di classico.[senza fonte]

Grande appassionato del fumetto Dylan Dog,[17] a Umberto Eco è stato fatto tributo sul numero 136 attraverso il personaggio Humbert Coe, che ha affiancato l’indagatore dell’incubo in un’indagine sull’origine delle lingue del mondo. È stato inoltre amico del pittore e autore di fumetti Andrea Pazienza[18] che fu suo allievo al DAMS di Bologna, e ha scritto la prefazione a libri di Hugo Pratt, Charles Monroe Schulz, Jules Feiffer e Raymond Peynet. Scrisse la presentazione di “Cuore” a fumetti, di F. Bonzi e Alain Denis, pubblicata su “Linus” nel 1975.

Nel 1980 Umberto Eco esordì nella narrativa. Il suo primo romanzo, Il nome della rosa, riscontrò un grande successo sia presso la critica che presso il pubblico, tanto da divenire un best-seller internazionale tradotto in 47 lingue e venduto in trenta milioni di copie. Il nome della rosa è stato anche tra i finalisti del prestigioso Edgar Award nel 1984.

Nel 1988 pubblicò il suo secondo romanzo, Il pendolo di Foucault, satira dell’interpretazione paranoica dei fatti veri o leggendari della storia e delle sindromi del complotto. Questa critica dell’interpretazione incontrollata viene ripresa in opere teoriche sulla ricezione (cfr. I limiti dell’interpretazione). Romanzi successivi sono L’isola del giorno prima (1994), Baudolino (2000), La misteriosa fiamma della regina Loana (2004), Il cimitero di Praga (2010) e Numero Zero (2015), tutti editi in italiano da Bompiani.

Nel 2012 è stata pubblicata una versione “riveduta e corretta” del suo primo romanzo Il nome della rosa, con una nota finale dello stesso Eco che, mantenendo stile e struttura narrativa, è intervenuto a eliminare ripetizioni ed errori, a modificare l’impianto delle citazioni latine e la descrizione della faccia del bibliotecario per togliere un riferimento neogotico.

Molte opere furono dedicate alle teorie della narrazione e della letteratura: Il superuomo di massa (1976), Lector in fabula (1979), Sei passeggiate nei boschi narrativi (1994), Sulla letteratura (2002), Dire quasi la stessa cosa (2003, sulla traduzione). È stato inoltre precursore e divulgatore dell’applicazione della tecnologia alla scrittura.

In contemporanea alla nomina di “guest curator” (curatore ospite) del Louvre, dove nel mese di novembre 2009 organizzò una serie di eventi e manifestazioni culturali[19], uscì per Bompiani Vertigine della lista, pubblicato in quattordici paesi del mondo.

Nel 2011 Bompiani pubblicò una raccolta dal titolo Costruire il nemico e altri scritti occasionali, che raccoglie saggi occasionali che spaziano nei vari interessi dell’autore, come quello per la narratologia e il feuilleton ottocentesco. Il primo saggio riprende temi già presenti ne Il cimitero di Praga.

Muore nella sua casa di Milano il 19 febbraio 2016 alle ore 22:30, a causa di un tumore del pancreas che lo aveva colpito due anni prima. I funerali laici si sono svolti il 23 febbraio 2016 nel Castello Sforzesco di Milano, dove migliaia di persone si sono recate per l’ultimo saluto. Sono state eseguite due composizioni alla viola da gamba e al clavicembalo: Couplets de folies (Les folies d’Espagne) dalla Suite n. 1 in re maggiore dai Pièces de viole, Livre II (1701) di Marin Marais e La Folia dalla Sonata per violino e basso continuo in re minore, op. 5 n. 12 (1700) di Arcangelo Corelli.

Profilo Letterario ed Opere di Umberto Eco.

Nei suoi romanzi, Umberto Eco racconta storie realmente accadute o leggende che hanno come protagonisti personaggi storici o inventati. Inserisce nelle sue opere accesi dibattiti filosofici sull’esistenza del vuoto, di Dio o sulla natura dell’universo. Eco è attratto da temi piuttosto misteriosi e oscuri (i cavalieri Templari, il sacro Graal, la sacra Sindone ecc.). Nei suoi romanzi gli scienziati e gli uomini che hanno fatto la storia sono spesso trattati con indifferenza dai contemporanei. L’umorismo è l’arma letteraria preferita dallo scrittore di Alessandria. Le varie citazioni latine e gli innumerevoli collegamenti a opere di vario genere, conosciute quasi esclusivamente da filologi e bibliofili, rendono romanzi come Il nome della rosa o L’isola del giorno prima un turbinio di nozioni di carattere storico, filosofico, artistico e matematico. Centrale ne Il nome della rosa è la questione del riso.

Ne Il pendolo di Foucault, Umberto Eco affronta temi come la ricerca del sacro Graal e la storia dei cavalieri Templari, facendo numerosi cenni ai misteri dell’età antica e moderna. Ne L’isola del giorno prima l’umanità intera è simboleggiata dal naufrago Roberto de la Grive, che cerca un’isola al di fuori del tempo e dello spazio. In Baudolino crea un personaggio medioevale, senza far trapelare la natura menzognera o no del protagonista, il quale viaggia alla ricerca di un paradiso terrestre (il regno leggendario di Prete Gianni). Ne La misteriosa fiamma della regina Loana riflette sulla forza e sull’essenza stessa del ricordo; in questo caso rivolto a episodi accaduti nel XX secolo. Il cimitero di Praga è incentrato sulla natura del complotto e in particolar modo la storia (soprattutto ‘europea’) del popolo ebraico. Il suo ultimo romanzo, Numero zero, riprendendo temi da sempre cari all’autore (il falso, la costruzione del complotto e delle notizie) si sofferma sulla storia italiana recente, narrando fatti realmente accaduti, ma riletti attraverso una chiave complottistica.

Nel 1971 fu tra i 757 firmatari della lettera aperta a L’Espresso sul caso Pinelli e successivamente della autodenuncia di solidarietà a Lotta Continua, in cui una cinquantina di firmatari esprimevano solidarietà verso alcuni militanti e direttori responsabili del giornale, inquisiti per istigazione a delinquere.

I firmatari si autodenunciavano alla magistratura dicendo di condividere il contenuto dell’articolo. Peraltro le severe critiche di Umberto Eco al terrorismo e ai vari progetti di lotta armata sono contenute in una serie di articoli scritti sul settimanale L’Espresso e su Repubblica, specie ai tempi del caso Moro (articoli poi ripubblicati nel volume Sette anni di desiderio). In effetti l’arma che ha caratterizzato l’impegno politico di Eco è diventata l’analisi critica dei discorsi politici e delle comunicazioni di massa.

Questo impegno è sintetizzato nella metafora della guerriglia semiologica dove si sostiene che non è tanto importante cambiare il contenuto dei messaggi alla fonte ma cercare di animare la loro analisi là dove essi arrivano (la formula era: non serve occupare la televisione, bisogna occupare una sedia davanti a ogni televisore). In questo senso la guerriglia semiologica è una forma di critica sociale attraverso l’educazione alla ricezione. Dal 2002 partecipa alle attività dell’associazione Libertà e Giustizia, di cui è uno dei fondatori e garanti più noti, partecipando attivamente tramite le sue iniziative al dibattito politico-culturale italiano.

Il suo libro A passo di gambero (2006) contiene le critiche a quello che lui definisce populismo berlusconiano, alla politica di Bush, al cosiddetto scontro tra etnie e religioni. Nel 2011, nelle settimane delle rivolte arabe, durante una conferenza stampa registrata alla Fiera del libro di Gerusalemme, scatena una polemica politica la sua risposta a un giornalista italiano che gli chiede se condivida il paragone fra Berlusconi e Mubarak, avanzato da alcuni: “Il paragone potrebbe essere fatto con Hitler: anche lui giunse al potere con libere elezioni”; lo stesso Umberto Eco, dalle colonne de l’Espresso, smentirà tale dichiarazione chiarendo le circostanze della sua risposta.

Eco faceva parte dell’associazione Aspen Institute Italia.

Onorificenze italiane di Umberto Eco

Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana
— Roma, 9 gennaio 1996
Medaglia d'oro ai benemeriti della cultura e dell'arte - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte
— Roma, 13 gennaio 1997[30]

Onorificenze straniere di Umberto Eco

Commandeur de l'Ordre des Arts et des Lettres - nastrino per uniforme ordinaria Commandeur de l’Ordre des Arts et des Lettres
— 1985
Orden pour le Mérite für Wissenschaften und Künste - nastrino per uniforme ordinaria Orden pour le Mérite für Wissenschaften und Künste
— 1999
Premio Principe delle Asturie per la comunicazione e l'umanistica (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria Premio Principe delle Asturie per la comunicazione e l’umanistica (Spagna)
— 2000
Ufficiale della Legion d'Onore - nastrino per uniforme ordinaria Ufficiale della Legion d’Onore
— 2003
Gran Croce al Merito con placca dell'Ordine al Merito di Germania - nastrino per uniforme ordinaria Gran Croce al Merito con placca dell’Ordine al Merito di Germania
— 2009
Commendatore della Legion d'Onore - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore della Legion d’Onore
— Parigi, 13 gennaio 2012

Cittadinanze onorarie di Umberto Eco

  • Monte Cerignone, 1981.
  • Nizza Monferrato, 6 novembre 2010.
  • San Leo, 11 giugno 2011.

Lauree di Umberto Eco

Eco ha ricevuto 40 lauree honoris causa da università europee e americane, come quella del 2014, che gli è stata conferita dall’Universidade Federal do Rio Grande do Sul, di Porto Alegre, in Brasile. Nel giugno 2015 in occasione della laurea in comunicazione conferita dell’Università di Torino, Umberto Eco ha rilasciato severi giudizi sui social del web che, a suo dire, permette a qualsiasi imbecille di porsi sullo stesso piano di un vincitore del Premio Nobel. Le affermazioni di Eco, a loro volta, hanno suscitato vivaci polemiche.

Affiliazioni e sodalizi accademici

Umberto Eco è stato membro onorario (Honorary Trustee) della James Joyce Association, dell’Accademia delle Scienze di Bologna, dell’Academia Europea de Yuste, dell’American Academy of Arts and Letters, dell’Académie royale des sciences, des lettres et des beaux-arts de Belgique, della Polska Akademia Umiejętności (Accademia polacca della Arti), “Fellow” del St Anne’s College di Oxford e socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Eco è stato inoltre membro onorario del CICAP.

Altro

Gli è stato dedicato l’asteroide 13069 Umbertoeco, scoperto nel 1991 dall’astronomo belga Eric Walter Elst.

Saggistica di Umberto Eco

Eco ha anche scritto numerosi saggi di filosofia, semiotica, linguistica, estetica:

  • Il problema estetico in San Tommaso, Torino, Edizioni di Filosofia, 1956; Il problema estetico in Tommaso d’Aquino, Milano, Bompiani, 1970.
  • Filosofi in libertà, come Dedalus, Torino, Taylor, 1958, poi in Il secondo diario minimo.
  • Sviluppo dell’estetica medievale, in Momenti e problemi di storia dell’estetica, I, Dall’antichità classica al Barocco, Milano, Marzorati, 1959; Arte e bellezza nell’estetica medievale, Milano, Bompiani, 1987.
  • Storia figurata delle invenzioni. Dalla selce scheggiata al volo spaziale, a cura di e con G. B. Zorzoli, Milano, Bompiani, 1961.
  • Opera aperta. Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee, Milano, Bompiani, 1962; 1967 sulla base dell’ed. francese 1965; 1971; 1976.
  • Diario minimo, Milano, A. Mondadori, 1963; 1975. (include i saggi Fenomenologia di Mike Bongiorno e Elogio di Franti)
  • Apocalittici e integrati, Milano, Bompiani, 1964; 1977.
  • Il caso Bond. [Le origini, la natura, gli effetti del fenomeno 007], a cura di e con Oreste del Buono, Milano, Bompiani, 1965.
  • Le poetiche di Joyce. Dalla “Summa” al “Finnegans Wake”, Milano, Bompiani, 1966. (ed. modificata sulla base della seconda parte di Opera aperta, 1962)
  • Appunti per una semiologia delle comunicazioni visive, Milano, Bompiani, 1967. (poi in La struttura assente)
  • L’Italie par elle-meme. A portrait of Italy. Autoritratto dell’Italia, a cura di e con Giulio Carlo Argan, Guido Piovene, Luigi Chiarini, Vittorio Gregotti e altri, Milano, Bompiani,1967.
  • La struttura assente, Milano, Bompiani, 1968; 1980.
  • La definizione dell’arte, Milano, Mursia, 1968.
  • L’arte come mestiere, a cura di, Milano, Bompiani, 1969.
  • I sistemi di segni e lo strutturalismo sovietico, a cura di e con Remo Faccani, Milano, Bompiani, 1969.
  • L’industria della cultura, a cura di, Milano, Bompiani, 1969.
  • Le forme del contenuto, Milano, Bompiani, 1971.
  • I fumetti di Mao, a cura di e con Jean Chesneaux e Gino Nebiolo, Bari, Laterza, 1971.
  • Cent’anni dopo. Il ritorno dell’intreccio, a cura di e con Cesare Sughi, Milano, Bompiani, 1971.
  • Documenti su il nuovo Medioevo, con Francesco Alberoni, Furio Colombo e Giuseppe Sacco, Milano, Bompiani, 1972.
  • Estetica e teoria dell’informazione, a cura di, Milano, Bompiani, 1972.
  • I pampini bugiardi. Indagine sui libri al di sopra di ogni sospetto: i testi delle scuole elementari, a cura di e con Marisa Bonazzi, Rimini, Guaraldi, 1972.
  • Il segno, Milano, Isedi, 1973; Milano, A. Mondadori, 1980.
  • Il costume di casa. Evidenze e misteri dell’ideologia italiana, Milano, Bompiani, 1973.
  • Beato di Liébana. Miniature del Beato de Fernando I y Sancha. Codice B.N. Madrid Vit. 14-2, testo e commenti alle tavole di, Milano, Franco Maria Ricci, 1973.
  • Eugenio Carmi. Una pittura di paesaggio?, Milano, Prearo, 1973.
  • Trattato di semiotica generale, Milano, Bompiani, 1975.
(EN) A Theory of Semiotics, Bloomington, Indiana University Press, 1976. (e London, Macmillan, 1977) [versione inglese originale del Trattato di semiotica generale]
  • Il superuomo di massa. Studi sul romanzo popolare, Roma, Cooperativa Scrittori, 1976; Milano, Bompiani, 1978.
  • Stelle & stellette. La via lattea mormorò, illustrazioni di Philippe Druillet, Conegliano Treviso, Quadragono Libri, 1976.
  • Storia di una rivoluzione mai esistita. L’esperimento Vaduz. Appunti del Servizio opinioni, n.292, settembre 1976, Roma, Rai, Servizio Opinioni, 1976.
  • Dalla periferia dell’impero, Milano, Bompiani, 1977.
  • Come si fa una tesi di laurea, Milano, Bompiani, 1977.
  • Carolina Invernizio, Matilde Serao, Liala, con altri, Firenze, La nuova Italia, 1979.
  • (EN) The Role of the Reader, Bloomington, Indiana University Press, 1979. (contiene saggi tratti da Opera aperta, Apocalittici e integrati, Forme del contenuto, Lector in Fabula e Il superuomo di massa)
  • (ENFR) A semiotic Landscape. Panorama sémiotique. Proceedings of the Ist Congress of the International Association for Semiotic Studies, Den Haag, Paris, New York, Mouton (= Approaches to Semiotics, 29) (a cura di, con Seymour Chatman e Jean-Marie Klinkenberg).
  • Lector in fabula, Milano, Bompiani, 1979.
  • (EN) Function and sign, the semiotics of architecture; A componential analysis of the architectural sign /column/, in Geoffrey Broadbent, Richard Bunt, Charles Jencks (a cura di), Signs, symbols and architecture, Chichester-New York, Wiley, 1980.
  • (EL) E semeiologia sten kathemerine zoe, Thessaloniki, Malliares, 1980. (antologia di saggi).
  • De bibliotheca, Milano, Comune di Milano, 1981.
  • Postille al nome della rosa, Milano, Bompiani, 1983.
  • The Sign of Three. Peirce, Holmes, Dupin (a cura di, con Thomas A. Sebeok), Bloomington, Indiana University Press, 1983 (trad. Il segno dei tre, Milano, Bompiani)
  • Sette anni di desiderio. [Cronache, 1977-1983], Milano, Bompiani, 1983.
  • Semiotica e filosofia del linguaggio, Torino, Einaudi, 1984. ISBN 88-06-05690-5.
  • (PT) Conceito de texto, São Paulo, Queiroz, 1984.
  • Sugli specchi e altri saggi, Milano, Bompiani, 1985.
  • (DE) Streit der Interpretationen, Konstanz, Universitätverlag Konstanz GMBH, 1987.
  • (FR) Notes sur la sémiotique de la réception, in “Actes sémiotiques. Documents”, IX, 81, 1987.
  • (ZH) Jie gou zhu yi he fu hao xue. Dian ying wen ji, San lien shu dian chu ban fa xing, Np, 1987. (edizione cinese di articoli vari originariamente pubblcati in inglese e francese)
  • (EN) Meaning and mental representations (a cura di, con M. Santambrogio e Patrizia Violi), Bloomington, Indiana University Press, 1988.
  • (DE) Im Labyrinth der Vernunft. Texte über Kunst und Zeichen, Leipzig, Reclam, 1989. (antologia di saggi)
  • Lo strano caso della Hanau 1609, Milano, Bompiani, 1989.
  • Saggio in Leggere i Promessi sposi. Analisi semiotiche, a cura di Giovanni Manetti, Milano, Gruppo editoriale Fabbri-Bompiani-Sonzogno-ETAS, 1989. ISBN 88-452-1466-4.
  • (DE) Auf dem Wege zu einem Neuen Mittelalter, München, DTV Grossdruck, 1990. (antologia di saggi).
  • I limiti dell’interpretazione, Milano, Bompiani, 1990. ISBN 88-452-1657-8.
  • Vocali, Napoli, Guida, 1991. ISBN 88-7188-024-2.
  • Il secondo diario minimo, Milano, Bompiani, 1992. ISBN 88-452-1833-3.
  • (EN) Interpretation and Overinterpretation, Cambridge, Cambridge University Press, 1992.
  • La memoria vegetale, Milano, Rovello, 1992.
  • La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea, Roma-Bari, Laterza, 1993. ISBN 88-420-4287-0.
  • (EL) Ton augousto den Uparchoun eideseis, Thessaloniki, Parateretés, 1993. (antologia di saggi).
  • (EN) Apocalypse Postponed, Bloomington, Indiana U.P, 1994. (saggi tratti da Apocalittici e integrati scelti e curati da Robert Lumley)
  • (EN) Six Walks in the Fictional Woods, Cambridge, Harvard U.P., 1994. (tradotto come Sei passeggiate nei boschi narrativi, Milano, Bompiani)
  • Povero Pinocchio. Giochi linguistici di studenti del Corso di Comunicazione, a cura di, Modena, Comix, 1995. ISBN 88-7686-601-9.
  • In cosa crede chi non crede?, con Carlo Maria Martini, Roma, Liberal, 1996. ISBN 88-86838-03-4.
  • (DE) Neue Streichholzbriefe, München, DTV, 1997.
  • Kant e l’ornitorinco, Milano, Bompiani, 1997. ISBN 88-452-2868-1.
  • Cinque scritti morali, Milano, Bompiani, 1997. ISBN 88-452-3124-0.
  • (EN) Talking of Joyce, con Liberato Santoro-Brienza, Dublin, University College Dublin Press, 1998.
  • (DE) Gesammelte Streichholzbriefe, München, Hanser, 1998.
  • (EN) Serendipities. Language and Lunacy, New York, Columbia University Press, 1998.
  • Tra menzogna e ironia, Milano, Bompiani, 1998. ISBN 88-452-3829-6.
  • La bustina di minerva, Milano, Bompiani, 1999. ISBN 88-452-4383-4.
  • (NO) Den nye Middelalderen og andre essays, Oslo, Tiden Norske, 2000. (antologia di saggi)
  • (DE) Mein verrücktes Italien, Berlin, Wagenbach, 2000. (antologia di saggi)
  • (CS) Mysl a smysl, Praha, Moravia press, 2000. (antologia di saggi)
  • (EN) Experiences in translation, Toronto, Toronto U.P., 2000.
  • Riflessioni sulla bibliofilia, Milano, Rovello, 2001.
  • (DE) Sämtliche Glossen und Parodien, München, Hanser, 2001. (raccolta completa da Diario minimo, Secondo diario minimo, Bustina di minerva e altre parodie da raccolte in tedesco)
  • Sulla letteratura, Milano, Bompiani, 2002. ISBN 88-452-5069-5.
  • Guerre sante, passione e ragione. Pensieri sparsi sulla superiorità culturale; Scenari di una guerra globale, in Islam e Occidente. Riflessioni per la convivenza, Roma-Bari, Laterza, 2002. ISBN 88-420-6784-9.
  • Bellezza. Storia di un’idea dell’Occidente, CD-ROM a cura di, Milano, Motta On Line, 2002.
  • Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, Milano, Bompiani, 2003. ISBN 88-452-5397-X.
  • (EN) Mouse or Rat?, Translation as Negociation, London, Weidenfeld & Nicholson, 2003. (Experiences in translation e saggi selezionati da Dire quasi la stessa cosa)
  • Storia della bellezza, a cura di, testi di Umberto Eco e Girolamo de Michele, Milano, Bompiani, 2004. ISBN 88-452-3249-2.
  • Il linguaggio della Terra Australe, Milano, Bompiani, 2004. (non in commercio)
  • Il codice Temesvar, Milano, Rovello, 2005.
  • Nel segno della parola, con Daniele Del Giudice e Gianfranco Ravasi, a cura e con un saggio di Ivano Dionigi, Milano, BUR, 2005. ISBN 88-17-00632-7.
  • A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico, Milano, Bompiani Overlook, 2006. ISBN 88-452-5620-0.
  • La memoria vegetale e altri scritti di bibliofilia, Milano, Rovello, 2006. ISBN 88-452-5785-1.
  • Sator Arepo eccetera, Roma, Nottetempo, 2006. ISBN 88-7452-085-9.
  • Storia della bruttezza, a cura di, Milano, Bompiani, 2007. ISBN 978-88-452-5965-4.
  • 11/9 La cospirazione impossibile, con Piergiorgio Odifreddi, Michael Shermer, James Randi, Paolo Attivissimo, Lorenzo Montali, Francesco Grassi, Andrea Ferrero e Stefano Bagnasco, a cura di Massimo Polidoro, Casale Monferrato, Piemme, 2007. ISBN 978-88-384-6847-6.
  • Dall’albero al labirinto. Studi storici sul segno e l’interpretazione, Milano, Bompiani, 2007. ISBN 978-88-452-5902-9.
  • Historia. La grande storia della civiltà europea, a cura di e con altri, 9 voll., Milano, Motta, 2007.
  • Storia della civiltà europea, a cura di e con altri, 18 voll., Milano, Corriere della Sera, 2007-2008.
  • Nebbia, a cura di e con Remo Ceserani, con la collaborazione di Francesco Ghelli e un saggio di Antonio Costa, Torino, Einaudi, 2009. ISBN 978-88-06-18724-8. (antologia letteraria di racconti a tema)
  • Non sperate di liberarvi dei libri, con Jean-Claude Carrière, Milano, Bompiani, 2009. ISBN 978-88-452-6215-9.
  • Vertigine della lista, Milano, Bompiani, 2009. ISBN 978-88-452-6345-3.
  • Il Medioevo, a cura di, 4 voll., Milano, Encyclomedia, 2010-2011. ISBN 978-88-905082-0-2, ISBN 978-88-905082-1-9, ISBN 978-88-905082-5-7, ISBN 978-88-905082-9-5.
  • La grande Storia, a cura di, 28 voll., Milano, Corriere della Sera, 2011.
  • Costruire il nemico e altri scritti occasionali, Milano, Bompiani, 2011. ISBN 978-88-452-6585-3.
  • Scritti sul pensiero medievale, Milano, Bompiani Il pensiero occidentale, 2012. ISBN 978-88-452-7156-4.
  • L’età moderna e contemporanea, a cura di, 22 voll., Roma, Gruppo editoriale L’Espresso, 2012-2013.
  • Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Milano, Bompiani, 2013. ISBN 978-88-452-7392-6.
  • Da dove si comincia?, con Stefano Bartezzaghi, Roma, La Repubblica, 2013.
  • Riflessioni sul dolore, Bologna, ASMEPA, 2014. ISBN 978-88-97620-73-0.
  • La filosofia e le sue storie, a cura di e con Riccardo Fedriga, 3 voll., Roma-Bari, Laterza, 2014-2015. ISBN 978-88-581-1406-3, ISBN 978-88-581-1742-2, ISBN 978-88-581-1741-5.
  • Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida, La nave di Teseo, 2016. ISBN 978-88-9344-021-9.
  • Come viaggiare con un salmone, La nave di Teseo, 2016. ISBN 978-88-9344-023-3.

Narrativa

  • Il nome della rosa, Milano, Bompiani, 1980.
  • Il pendolo di Foucault, Milano, Bompiani, 1988. ISBN 88-452-0408-1
  • L’isola del giorno prima, Milano, Bompiani, 1994. ISBN 88-452-2318-3
  • Baudolino, Milano, Bompiani, 2000. ISBN 88-452-4736-8
  • La misteriosa fiamma della regina Loana. Romanzo illustrato, Milano, Bompiani, 2004. ISBN 88-452-1425-7
  • Il cimitero di Praga, Milano, Bompiani, 2010. ISBN 978-88-452-6622-5
  • Numero zero, Milano, Bompiani, 2015. ISBN 978-88-452-7851-8

Narrativa per l’infanzia

  • La bomba e il generale, illustrazioni di Eugenio Carmi, Milano, Bompiani, 1966.
  • I tre cosmonauti, illustrazioni di Eugenio Carmi, Milano, Bompiani, 1966.
  • Gli gnomi di Gnu, illustrazioni di Eugenio Carmi, Milano, Bompiani, 1992. ISBN 88-452-1885-6.
  • Tre racconti, Milano, Fabbri, 2004. ISBN 88-451-0300-5. (raccolta dei tre precedenti)
  • La storia de “I promessi sposi”, raccontata da, Torino-Roma, Scuola Holden-La biblioteca di Repubblica-L’Espresso, 2010. ISBN 978-88-8371-311-8.
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